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Furia a cavallo del west
HANNO speso persino il nome dell’efferato Sandokan e del capoclan latitante, Michele Zagaria. I casalesi lo scorso 20 novembre avevano recapitato dall’alto il messaggio ad allevatori e guidatori: “L’ippodromo di Aversa adesso lo gestiamo noi”. Quel giorno, che rappresenta la nuova data di offensiva della camorra sull’ippica, hanno fatto picchiare i driver giù sulle spiagge di Licola, hanno reso sistematica la combine attraverso gli accordi con nove guidatori e almeno tre giurie compiacenti, hanno fatto lievitare il livello delle scommesse di un ippodromo a caratura locale come Cirigliano: 63 milioni di euro giocati in 74 giornate, la media più alta d’Italia. Per difendersi dall’ingresso prepotente e scientifico dei camorristi di “Gomorra”, l’Unire, l’ente gestore dell’ippica nazionale, ha trasformato l’impianto di Aversa in un bunker da maxi-processo: recinzioni alte due metri e venti, una sola via di entrata e di uscita, videoriprese a circuito interno, vietati i telefonini, cavalli partenti comunicati solo la mattina della corsa. E nelle giornate di convegno ippico trenta carabinieri a contorno per fermare i van che insieme ai cavalli trasportano alle scuderie pistole e doping. Non è bastato. Quest’anno Aversa, ippodromo su cui da quindici anni indagano la Dia di Napoli e il commissariato locale, i Nas di mezza Italia e i carabinieri del ministero dell’Agricoltura, è tornato terra di usurai, basisti, picchiatori. E di scommesse ipertrofiche su arrivi già concordati. Nel 1992 il prefetto di Caserta Catenacci aveva chiuso il Cirigliano per sette mesi, nel ‘97 l’antimafia fermò l’attività del boss Salvatore Campiello, detto “Carosiello”, nel 2003 e 2004 ci sono state ampie operazioni di polizia giudiziaria. Nel febbraio 2006, ancora, un’inchiesta della procura di Napoli portò all’arresto di 24 persone e ne indagò 114: veterinari, fantini, farmacisti, allevatori, proprietari. Furono ottantadue i cavalli sequestrati tra Aversa e Agnano, l’ippodromo nel cuore di Napoli. Ma la risposta della camorra è stata sempre a salire e dal settembre 2006 – per questioni d’immagine oltre che di fatturato, per dimostrare il controllo totale di un territorio già sfigurato da racket, abusivismo e droga – i camorristi di Casal di Principe hanno costruito attorno ad Aversa la “combine metodica”. Avviene questo. Il giorno prima delle corse i casalesi mandano affiliati a Licola mare e nelle scuderie di Agnano. La manovalanza camorrista spiega agli allenatori chi dovrà frenare e chi tirare: il cavallo che la camorra designa per la puntata, normalmente stimolato a testosterone e Viagra, deve vincere. Senza discussioni. Nel giorno di gara sarà poi un “uomo semaforo”, piazzato all’ingresso di pista, a ricordare ai guidatori il disegno prestabilito: a chi il “rosso”, a chi il “verde”. Chi non ci sta a far finta di correre, e non vuole rischiare botte e l’auto bruciata, si ritira. Quest’anno i convegni di Aversa sono stati un pieno di zoppie e coliche dei cavalli, mal di denti dei proprietari, lutti dei fantini. Sei ritiri su 13 partenti e una corsa deferita il 20 gennaio. Guidatori sospesi per 40 giorni una settimana dopo. Tre corse cancellate nel 2006, due più un convegno completo nel 2007, ma la maggior parte delle gare è passata liscia garantendo vittorie illegittime in tutta Italia. Il problema è che segretario generale e direttore tecnico dell’Unire, ruoli decisivi nell’ippica italiana, dallo scorso settembre sono tornati a nominare giurie e starter locali, alcuni dei quali già contestati per non aver fermato corse con testimonianze di combine. Nel cassetto del colonnello Pasquale Muggeo, responsabile dei carabinieri istituiti al ministero, e del commissario straordinario Guido Melzi D’Eril c’è un foglietto con i nove guidatori di Aversa sospetti, basisti che – secondo le investigazioni – intascano 500 euro a corsa truccata (fanno 8 mila euro il mese) e in questo autunno di combine si sono presi l’incarico di gestire la questione scommesse al bar delle scuderie per rifinire la strategia malavitosa durante la sgambatura che precede la corsa. Sabato 16 novembre un picchiatore del clan ha bucato ogni controllo e ha offerto i consigli della famiglia ai guidatori pronti per la gara. Risultato? Sette ritiri su quindici, un’altra corsa annullata. I proprietari ora annunciano lo sciopero contro la camorra, ottanta operatori promettono una denuncia cumulativa, le associazioni allenatori e proprietari prima certificano la linea dura e 48 ore dopo, ascoltati quattro driver che corrono in casa, chiedono lo smantellamento dell’ippodromo bunker. Una resa ai casalesi? Maurizio Mattii, una famiglia che fondò l’ippodromo marchigiano di Montegiorgio, per anni sentinella della Corsa Tris, attacca: “L’immobilismo dell’Unire ha finito per non difendere l’ippica dalle infiltrazioni malavitose”. Il presidente di giuria Bruno Belleggia, già “arbitro” ad Aversa, racconta un episodio sconcertante che seguì la sospensione dei fantini del 27 gennaio: “Il guidatore Nicola Gallucci raggiunse la torretta dei giudici e, davanti a due poliziotti, urlò al presidente Luciano Romagnoli: “Ti sparo e ti taglio la testa”. Non fu neppure identificato”. In Campania sono venti i driver sotto controllo dell’Unire su 280 abilitati e negli altri due ippodromi di riferimento la situazione resta pesante. A Pontecagnano, provincia di Salerno, nel 2006 sono state annullate cinque corse: quelli di Casal di Principe quell’estate trovarono un accordo percentuale con la camorra locale. Ad Agnano nel 2007 sono stati segnalati problemi per un mese e mezzo, poi i casalesi hanno preferito concentrarsi su Aversa. E’ una strategia antica quella degli investimenti ippici per la famiglia dominante di Casal di Principe. Negli anni ‘80 favorirono la nascita di alcuni ippodromi clandestini trasferendovi denari fin lì investiti nelle corse su strada. Tra questi, Marigliano è una riproduzione abusiva perfetta: torretta, autostart, tribune per gli spettatori. E poi i casalesi hanno spostato su impianti fuori regione alcuni driver di stretta osservanza. E’ accaduto ad Albenga, dove una recente corsa è stata deferita. E nel Nord-Est, Padova, Treviso, Trieste, le infiltrazioni sono tra i guidatori, ma anche nelle scuderie. Poi c’è Taranto, dove l’intervento della Sacra Corona Unita è più silenzioso rispetto al caos Aversa, ma ugualmente fruttuoso. E la malavita pugliese è riuscita a entrare, da tempo, all’ippodromo di Milano. Scrive la Dia, nella relazione dell’ottobre 2006: “Tra le fonti di guadagno delle consorterie di Bari e Foggia ci sono le scommesse clandestine legate alle corse dei cavalli”. Ancora la Dia: il clan Nuvoletta di Marano, e si torna in Campania, “ha investito in numerosi allevamenti di cavalli in varie parti d’Italia”. C’è una letteratura sul rapporto forte e feroce tra i boss della criminalità organizzata e l’ippica. Recentemente i carabinieri di Bari hanno sequestrato 15 cavalli di razza al clan Valentini di Bitonto. Il dato offerto dall’Osservatorio nazionale zoomafia della Lega antivivisezione – un miliardo di euro il valore di truffe e corse clandestine nell’ippica quando il giro di scommesse lecite è solo il triplo, 2,9 miliardi l’anno – fa comprendere perché su questo sport si è stretta la tenaglia malavitosa. Le mafie conoscono da sempre il gioco e oggi vedono larghe possibilità di introito. La repressione c’è. Solo nel 2006 sono state arrestate 53 persone, 237 denunciate e 170 identificate. Sequestrati 143 cavalli, un ippodromo e tre maneggi. Negli ultimi nove anni le denunce sono state 2205. Ciro Troiano, Osservatorio Lav, suggerisce: “Uno strumento investigativo che potrebbe aprire scenari inediti è quello delle verifiche fiscali e finanziarie sui proprietari di cavalli da competizione, su società e scuderie”. L’incrocio di informative di varie polizie alla fine fa contare 17 ippodromi sui 44 nazionali infiltrati dalle criminalità organizzate. La situazione non è mai stata così grave. Negli anni ‘90 la lunga mano aversana si era allungata sugli impianti toscani: Firenze, Grosseto, Follonica. Lo scorso autunno a Bologna il guidatore capoclassifica del biennio 2004-2005, Michele Canali, si è dovuto rifugiare nella sala commissari dell’ippodromo di Arcoveggio perché non aveva eseguito gli ordini da Aversa. E per chiudere il cerchio delle mafie, a Vincenzo Santapaola, arrestato a Messina, sono stati sequestrati due cavalli che correvano a Capannelle, Roma. Mentre a Floridia, provincia di Siracusa, quattro proprietari di scuderie e un fantino sono stati denunciati per associazione mafiosa. Allevatori di alto livello agonistico in grado di fornire un cavallo all’inconsapevole Frankie Dettori, il più forte fantino del mondo.
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